IL MUSICISTA SENZA PIANOFORTE

Le sue lunghe dita affusolate subito mi fecero pensare ad un’artista. In quel pub, dove l’atmosfera fumosa pareva rarefarsi e l’intimità, creata dall’illuminazione scarsa, che si diffondeva da lampade disposte sui tavoli, davano l’impressione a chi si soffermasse a guardare sul soffitto, che la fantasia potesse creare e disfare immagini a suo piacimento. Io ero uscita a fare due passi, perché l’aria che si respirava nella mia casa era densa di ricordi ed io proprio quella sera non riuscivo a sopportarli. Mi insinuavano nell’anima una malinconia che assomigliava ad una malattia e come quest’ultima mi faceva star male, male da morire. Avevo visto per caso l’insegna di quel locale, scritta in caratteri gotici con accanto piccoli fregi e mi aveva subito attratta per la sua particolarità, che la rendeva diversa da tutte le altre. Lo vidi subito, era seduto in un angolo. Sul tavolo era appoggiata una bottiglia di birra e la sua aria triste mi colpi’. Mi vennero in mente i poeti maledetti. Mi avvicinai a lui, senza neanche guardarmi, mi offri’da bere. Ci accomunava un sentimento di sconforto. Accettai. Lui rispondeva alle domande che gli facevo senza sottrarvisi, come se nulla ormai potesse più nuocergli. Quest’uomo si chiamava Andrey, era ebreo e viveva solo, perché la sua famiglia era stata sterminata. Il suo appartamento era una piccola mansarda che a lui piaceva molto perché, nei vetri illuminati dal sole, poteva con la fantasia, disegnare spartiti e cantando, s’inventava una sinfonia. I passerotti con il loro canto, sembrava seguissero quelle note. Quando pioveva, le gocce battendo sui vetri, sembravano intonare un canto. Un concerto si poteva imitare e le miriadi di stille diventavano persone. E questa musica sembrava suonata solo per lui…Eravamo tutti e due tormentati dai fantasmi del passato: lui una passione derivata da un talento innato che gli aveva donato fama e ricchezza. Andrey aveva buttato al vento tutto ciò e quello che poteva essere un destino radioso si era trasformato in una discesa, che lo stava trascinando sempre più in basso, in un pozzo senza fondo. Il brivido del successo era stato relegato in un angolo della sua mente, ma mai dimenticato. Io, avevo vissuto una storia d’amore folle e avventurosa, che mi aveva fatto battere forte il cuore e che mi aveva fatto sentire viva. Ed io.ora mi sento folle perché avevo deciso che nessuno doveva soffrire per causa mia, solo io avrei dovuto portare le cicatrici di una ferita, che mai si sarebbe rimarginata. Quindi decisi che l’esperienza più bella della mia vita dovesse finire. I vincoli familiari non si possono spezzare e mi avevano imprigionato in una realtà che vedeva scorrere i giorni tutti uguali. Ricordo che insieme a lui sentivo il fragore del mare quando il mio cuore batteva, la musica circondava il nostro mondo, con tamburi, archi di violino e accordi di chitarra. Nelle nostre serate d’estate la luna ci faceva l’occhiolino e di giorno il.sole sorrideva alla nostra felicità. Anche il suo pianoforte ora giace abbandonato in fondo al mare. Le sue lunghe dita affusolate non potranno più posarsi su quei tasti e la sua voce melodiosa non potrà più seguire la scala delle note. Quel passato che molto spesso aveva preso il sopravvento sulla sua personalità l’aveva reso cieco delle sue fortune e schiavo del vizio. Nel fondo di una bottiglia si cancellavano i dolori per i suoi affetti più cari, perduti. Tutti e due rimpiangevamo un passato che per un attimo ci aveva resi protagonisti di una fantastica avventura che ci aveva arricchito regalandoci esperienze, parole e pensieri che nessuno avrebbe potuto toglierci mai. Ed ora…perché dovevamo sentirci colpevoli se ci crogiolavamo nei nostri ricordi?